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Sovranità Digitale
News 19 Ottobre 2026

La bolletta digitale d'Europa vale quanto quella energetica

Due studi della società di analisi economica Asterès, commissionati dal Cigref — l’associazione che riunisce grandi imprese e istituzioni pubbliche francesi — provano a mettere un numero su qualcosa che di solito resta un’impressione: quanto costa all’Europa dipendere dal cloud e dal software americani.

I numeri sono grossi, e vale la pena guardarli da vicino. Anche perché, come vedremo, non sono tutti della stessa natura.

Primo studio: quanto esce

La dépendance technologique aux softwares & cloud services américains (aprile 2025, 33 pagine) stima che:

  • le imprese dell’Unione europea acquistino ogni anno 264 miliardi di euro di servizi cloud e software che vanno a beneficio dell’economia americana;
  • i fornitori americani valgano circa l'83% del mercato europeo cloud-software, pari a 330 miliardi per l’Unione e 54 per la sola Francia;
  • quei 264 miliardi equivalgano a circa l'1,5% del PIL dell’Unione, e a una volta e mezza il bilancio dell’Unione europea.

Il paragone che colpisce di più è nello studio stesso: le importazioni europee di energia nel 2024 sono valse 360 miliardi. La bolletta digitale dell’Europa, scrive Asterès, è «di importo comparabile alla sua bolletta energetica».

Sul versante americano, quegli acquisti generano 323 miliardi di dollari di valore aggiunto — l'1,1% del PIL statunitense — e 1.943.000 posti di lavoro, pari all'1,2% dell’occupazione totale negli Stati Uniti.

E il contrario? Lo studio prova a quantificarlo: se l’Unione riuscisse a produrre entro il 2035 il 15% dei servizi che oggi compra negli Stati Uniti, ne risulterebbero 463.000 posti di lavoro in più in Europa.

Secondo studio: quanto cresce

Un anno dopo, De la dépendance technologique à la captation économique (maggio 2026, 34 pagine) sposta lo sguardo dal volume al prezzo, e il quadro peggiora:

  • i costi cloud-software sono cresciuti del +8,7% all’anno negli ultimi tre anni, e le organizzazioni ne prevedono +12% all’anno nei prossimi cinque;
  • l’aumento più alto subìto al rinnovo di un contratto è in media del 51% — con casi estremi dichiarati al 100%, e fino al 200-300%;
  • il sovrapprezzo medio 2026-2030 vale 140 miliardi l’anno a parità di volumi;
  • di questi, 93 miliardi uscirebbero definitivamente dal continente, invece di finanziare l’economia locale. Lo studio annota che è lo stesso ordine di grandezza del budget digitale annuo necessario al piano Draghi;
  • l’effetto complessivo stimato è una perdita di 107 miliardi di valore aggiunto l’anno, pari a 0,6 punti di PIL, e 1,4 milioni di posti di lavoro al 2030.

Un dettaglio merita di essere isolato, perché riguarda direttamente il modo in cui l’intelligenza artificiale viene venduta: gli aumenti sono giustificati con nuove funzionalità di IA, imposte nel 40% dei casi, mentre circa il 60% degli intervistati giudica i relativi guadagni di produttività teorici nel breve e medio periodo.

Che cosa questi numeri non sono

Qui serve una precisazione che quasi nessuno fa, e che lo studio stesso fa con onestà.

Come leggere la cifra

I 264 miliardi non sono una misurazione: sono una stima estrapolata da interviste a sei Chief Information Officer di grandi imprese, che hanno indicato una spesa cloud-software pari a circa il 2,2% del fatturato e una quota dell'83% rivolta a fornitori americani. I risultati francesi sono stati poi estesi all'Unione in proporzione al PIL.

Asterès spiega perché ha dovuto procedere così: i dati commerciali sono inutilizzabili per il peso schiacciante dell'Irlanda nei flussi — su 225 miliardi di dollari di avanzo europeo nei servizi informatici nel 2022, 194 sono irlandesi — e i dati sui profitti degli investimenti diretti esteri sono troppo imprecisi.

Va detta anche un’altra cosa: il Cigref è parte interessata. È l’associazione delle grandi imprese e istituzioni pubbliche francesi, e ha un interesse legittimo ma evidente a che il tema entri nell’agenda europea. Questo non squalifica lo studio — la metodologia è dichiarata e i limiti sono scritti — ma va saputo da chi lo cita.

Infine una distinzione che a noi interessa in modo particolare: lo studio del 2025 misura le imprese, non le pubbliche amministrazioni. Quello del 2026 allarga alle «organizzazioni». Il perimetro è dunque adiacente al nostro, non coincidente.

Perché continuiamo a costruire la nostra misurazione

Si potrebbe obiettare: se Asterès ha già fatto i conti, a che serve il nostro secondo strumento?

Serve perché le due misure rispondono alla stessa domanda da due direzioni opposte, e hanno bisogno l’una dell’altra.

Asterès misura dall’alto: un campione di interviste, un’estrapolazione macroeconomica, una cifra continentale. È l’unico modo per avere un ordine di grandezza europeo, e ha il limite di ogni estrapolazione — sei interlocutori non sono un censimento.

Quello che stiamo costruendo misura dal basso: i contratti pubblici effettivamente aggiudicati, ente per ente, anno per anno, da dati aperti, con il metodo pubblicato e i conti rifacibili da chiunque. Non darà mai una cifra europea. Darà una cifra italiana verificabile.

Dove loro hanno l’ordine di grandezza e un campione di sei, noi avremmo il dato puntuale del settore pubblico italiano. Non siamo in competizione con questi studi: siamo il loro controllo di coerenza.

E c’è una ragione politica per cui la seconda misura conta quanto la prima. Un numero continentale è impressionante e inattaccabile proprio perché astratto: nessuno si sente chiamato in causa. Un numero per ente — questo comune, questa azienda sanitaria, questa cifra, questo fornitore — è molto più piccolo, e molto più difficile da ignorare per chi lo firma.

Lo stato di avanzamento di quel lavoro è nella roadmap.

Fonti

Entrambi i PDF sono archiviati nel nostro repository con il relativo hash, perché restino verificabili anche se le pagine d’origine cambiassero.

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